Onde, linee sinuose, vortici avvolgono, accolgono, travolgono sensualissime figure femminili.
Nelle tele di Mariuccia Roccotelli la donna è presenza imprescindibile, declinata in molteplici modi a restituirci la sua natura poliedrica e talvolta ambigua. Donna dea, femme fatale, fanciulla innocente, guerriera solitaria, amante appassionata, astro luminoso, ponte tra la dimensione carnale e quella spirituale, compagna fedele, anima inquieta. Sempre in grado di dispensare vita e amore, ma anche ansiosa di riceverne, benché non sempre il contrappunto maschile risponda alle sue istanze. Non è un caso che alla donna Mariuccia Roccotelli associ il colore blu che richiama all’acqua, al mare, al cielo, alla vita, alla pioggia, alla purezza, tutti elementi che rievocano l’idea di nutrimento. Mentre con il rosso identifica la componente maschile, della quale esprime la forza, il fuoco, la guerra, la passione, l’energia. Le due cromie accostate possono risultare dissonanti ma anche generare un’unione dinamica e forte.
Le geografie abitate da queste figure sono urbane o naturali. La città, come Milano che ha adottato la nostra artista, viene rappresentata nella sua natura frenetica e per questo fagocitante, a differenza dei borghi della sua natia Puglia, che appaiono più accoglienti. Ma sono gli scenari naturali, in particolare i paesaggi marini, che in assoluto abbracciano le figure femminili che in essi si immergono, esercitando un forte potere consolatorio.
Come le donne dei suoi quadri, anche Mariuccia Roccotelli attraversa e abita svariati luoghi, dai quali raccoglie, con una straordinaria sensibilità, infinite suggestioni che riporta nelle sue tele, dove affiorano anche le evocazioni attinte dai racconti mitologici e dal variegato repertorio della storia dell’arte. La sua ricerca pittorica esprime un’irrequieta volontà di sondare i linguaggi dell’arte, di mettersi in gioco, di sperimentare cromie, soggetti, linee, materiali diversi e imprevedibili, per pervenire alla costruzione di un poliedrico vocabolario pittorico, in cui il suo tendere verso una riduzione dei segni che talvolta rasenta l’informale, deve fare i conti con la necessità di ricorrere a preziosismi decorativi realizzati con sapienza e pazienza quasi artigianali. Le azioni compositive di tagliare, incollare, increspare, piegare, slittare, sovrapporre, stratificare elementi, nel loro generare una terza dimensione, svelano la sua formazione da scenografa. Quando l’artista dichiara “non posso ancora fermarmi” è come se ammettesse in primis a se stessa che la meta verso la quale è orientata, l’essenziale, è ancora lontana. C’è in questo la consapevolezza che la semplicità può essere solo un punto di arrivo, per raggiungere il quale è necessario sperimentare la complessità e finanche il superfluo.
Stefania Suma
Docente e critica di storia dell'arte